lunedì 1 marzo 2021

1 MARZO: una misteriosa FORMULA PROPIZIATORIA delle nostre montagne.

   


 

    Il primo giorno di marzo ... Noi lo associamo, così, sentimentalmente, allo sbocciar delle violette e all'arrivo della primavera; per i Romani segnava effettivamente l'inizio del nuovo anno e come tutti gli inizi veniva salutato con gli adeguati riti propiziatori (per esempio si rinnovava il sacro fuoco di Vesta).

    Le nostre montagne custodiscono ancora le ultime vestigia di antichissime tradizioni, e fra queste non manca quella del saluto all'avvento della primavera, la rinascita che segue la morte invernale.

    Negli anni '70 facemmo in tempo a raccogliere fra Cozzanello e Lugagnano (provincia di Parma) la memoria di questo arcano scongiuro, del cui significato ormai anche i testimoni non erano più perfettamente consapevoli. La formula va recitata il primo giorno di marzo.

    Ecco il testo:

Incó l’è ‘l primm äd mars

E dman l’è la Creatéra.

Nasa la bübbla sott’ala téra.

Dio nin guarda dala bübbla,

dala donna mantübbla,

dal can rabjóz

e dal’omm petjóz.


    (Oggi è il primo di marzo / domani è la Createrra. / Nasce la vipera sotto la terra. / Dio ci guardi dalla vipera / dalla strega / dal cane rabbioso / e dal Demonio).

    Vedete qui ritornare il tema del rinnovamento, la renovatio mundi: questa non ben identificata Createrra il cui giorno si accompagna al risveglio degli animali nel ventre della terra.

    La vera e propria formula di scongiuro segue, e invoca la protezione divina contro le forze malvage, provengano esse della natura, dagli uomini o dal demonio.

    I vecchi che hanno spiegato la formula ricordavano infatti che bübbla può valere tanto per "upupa" quanto per "vipera", che la donna mantübbla è la strega e, infine, che omm petjóz è antico nome per designare il Diavolo.






martedì 23 febbraio 2021

ATTENTI ALL'UOMO NERO! Quando il politicamente corretto offende. In difesa della ricchezza della lingua italiana, per essere un po' migliori dell'algoritmo di You Tube.

     L'italiano, come è noto, è una lingua neolatina; è cioè una di quelle lingue, dette anche romanze, che si sono sviluppate da una comune base latina.
     Non tutte queste lingue, però, nel corso della loro formazione hanno conosciuto i medesimi esiti; e anche all'interno di ciascuna di esse non tutte le parole sono state recepite nell'uso moderno allo stesso modo.

     Per esempio, la parola latina causa è entrata in italiano per una doppia via: una diremmo "alta", colta, attraverso la quale si è avuta la parola italiana "causa" che ha una specializzazione giuridica o scientifico - filosofica (la causa in tribunale, la causa prima in filosofia) ; per la via "bassa", popolare, del volgare si è invece evoluta nell'italiano "cosa" dal significato quanto mai generico.
     Anche la parola latina circulum ha conosciuto un percorso non univoco: l'italiano la assorbe a livello colto come "circolo", utilizzato nel linguaggio araldico, matematico, astronomico e ancora una volta, giuridico, ma anche come "cerchio" che, a parte la valenza geometrica, ha un senso molto più generico e compare al posto di "circolo" nei comuni usi idiomatici del parlato.

     Ed ecco una sorte identica per l'aggettivo latino niger, nigra, nigrum che identifica il nero in tutte le sue accezioni. La lingua colta lo trasmette all'italiano come "negro", che anticamente può indicare anche semplicemente il colore, ma che poi si specializza nell'identificare la razza negra; l'uso volgare lo trasmette invece come "nero".

  

    E veniamo ai giorni nostri in cui il progressista politicamente corretto, forse dopo aver visto troppi film, ottiene la supina complicità della politica, della "gente di cultura" e degli organi di informazione e stabilisce che "negro" è termine offensivo: eh, lo dicono gli americani!
    Ora, posto che quello che dicono gli americani ha valore pari a zero nella storia e nell'uso della lingua italiana, analizziamo le due varianti.
    
     "Nero" indica in italiano il colore nero (nero come il carbone) o anche semplicemente il colore scuro (pane nero) ma significa anche sporco, sudicio (lavati! hai le mani nere!; acque nere); comunemente è usato in opposizione, anche se non sempre esplicita, a "bianco" e in questi casi simboleggia l'infelicità e il lutto (in abito nero; una giornata nera; vedere tutto nero), irritazione (essere di umor nero; essere nero in volto), la colpa e il peccato (è un'anima nera; non fare il diavolo più nero di quanto non sia). E ancora: cronaca nera; essere nella lista nera; magia nera; pozzo nero; peste nera e così via.
         L'uso linguistico di "negro", e cioè la variante colta, scientificamente specializzata, e quindi neutra, trova dunque la sua ragione d'uso nell'evitare di associare alla razza in questione tutta la carica semantica negativa che ha il generico "nero".
     Infatti, se dicendo "razza gialla" non si suscita alcuna reazione particolare e dicendo "razza bianca" si suggeriscono eventualmente associazioni solo positive, dicendo invece "razza nera" si stimolano immediatamente suggestioni negative (vogliamo parlare dell'"Uomo Nero" con cui si minacciano i bambini?).
    Ricordiamo anche che, al di fuori di questa casistica, "nero", in opposizione a "rosso", indica un'appartenenza politica.


     
    Riassumendo: la lingua italiana, nella sua ricchezza, fra le due parole "nero" e "negro", entrambe derivate dal latino niger, consente di selezionare il termine di uso più elevato, cioè "negro", e di specializzarlo nell'indicazione della razza negra, alla quale è così risparmiato l'ingresso nella catena di associazioni menatali negative comunemente connesse all'uso di "nero" in italiano.
     Eh sì!, è proprio così: in italiano "negro" ha il valore positivo, o quantomeno neutro, di cui invece è privo "nero"!
     
    A questo, a titolo di cronaca, aggiungiamo poi che anche nell'inglese d'America il termine negro non ha storicamente significato dispregiativo ma descrittivo; e quand'anche, la percezione che hanno gli angloamericani della loro terminologia non deve interferire con l'uso consapevole della lingua italiana.
     


    Un ultimo punto: l'assurdità della questione si rivela appieno nel momento in cui ci troviamo davanti ad altre lingue neolatine in cui il niger latino è entrato nell'uso romanzo in un'unica forma, ad esempio con il nigro dello spagnolo o il nìgor del dialetto parmigiano.


    
     A titolo di curiosità, ecco un articolo di David Borioni proveniente dalla bella rubrica linguistica della "Gazzetta di Parma" dal titolo "Questa nostra lingua" datato 18 settembre 1985.
"... come sostantivo no, mai: avevamo negro e basta [...] Adesso, ad opera dei soliti politici svisceratamente neofili, subito imitati dalla stampa e dalla Rai-Tv, sono venuti fuori i neri (specie al plurale), mettendo in minoranza la vecchia e onesta voce negro [...] L'on. Andreotti, tornando dalla sua recente missione nel Sud Africa, ha parlato  di problemi e di dirtti dei neri. I giornali sono inondati di neri [..] Lo stesso vale per la televisione e per la radio. Nel linguaggio colloquiale, invece, nero non ha ancora attecchito: la gente parla ancora di negri, non di neri, almeno quella di una certa cultura. Ma per quanto ancora? Il bombardamento televisivo è micidiale."
    




    Le cose sono andate ben oltre le previsioni dell'autore dell'articolo: non solo l'uso scorretto si è diffuso fra la gente comune, ma quello corretto è stato addirittura bandito...
     E così, agli intellettuali che chiedono a gran voce l'abolizione del liceo classico per stare alla pari con i tempi e intanto, sempre per stare alla pari con i tempi, chiamano neri i negri suggeriamo una riflessione sulla necessità di continuare a studiare il latino: per non dire sciocchezze come queste.



giovedì 18 febbraio 2021

LE FOGLIE SONO VERDI IN ESTATE. Politicamente corretto e non-pensiero.

     Appare ormai chiaro che non è più possibile limitarsi a guardare commiserando e tacere per quieto vivere. Se infatti gli eventi di Charlottesville del 2017 (vera prova generale dello spettacolo che è andato in scena nel 2020) non hanno avuto se non lievi ripercussioni in Europa, l'onda lunga dei fatti di Minneapolis (a seguito della morte di George Floyd) è arrivata a lambire anche le nostre coste.
Francia, Belgio, Inghilterra e anche Italia: il cuore di quell'Europa che fino a ieri un po' queste situazioni le compativa, con quel sorrisetto di superiore distacco con cui spesso guardiamo gli americani.


     Bene, abbiamo sbagliato: abbiamo sottovalutato non l'importanza dei fatti scatenanti in sé, che ne possiedono ben poca; abbiamo sottovalutato invece l'effetto che decenni di costante lavorio hanno avuto sulle menti degli europei, i quali, contro ogni ragionevole aspettativa, cominciano a mostrarsi permeabili a una propaganda demente e ottusa come quella che ci arriva oggi dagli USA.
     Ora una presa di posizione è necessaria da parte di tutte le persone di buon senso, da parte di coloro che considerano la cultura come un valore fondante della società civile, la storia come un monumento (nel senso etimologico del termine di "elemento che fa ricordare"), l'arte come un tesoro prezioso, la propria lingua come inimitabile eredità da valorizzare sfruttandola e tramandandola in tutta la sua ricchezza; coloro, cioè, per i quali libertà di espressione e di pensiero sono beni irrinunciabili. Lavorando con i libri, e quindi con le parole e cioè con le idee, avverto più che mai quest'urgenza.
     Nell'arte e nel cinema, nella musica, nella letteratura e infine nel più banale quotidiano domina il conformismo dei linguaggi e la conseguente omologazione delle idee. 
     L'espressione prima e il mezzo di trasmissione più immediato di questo devastante malcostume è la lingua cosiddetta "politicamente corretta" che nell'ossessione di "ripulire" la comunicazione da ogni caratterizzazione sessuale, religiosa, razziale ecc. sta portando alla cancellazione di identità individuali e nazionali, allo stravolgimento di principi e valori consolidati della nostra civiltà.
     Questo nuovo strumento di repressione si è progressivamente impadronito prima dei mezzi di comunicazione, poi della politica e della scuola; infine anche del vivere quotidiano, dei biscotti e delle creme cosmetiche.

     Il meccanismo attraverso il quale agisce è molto semplice e lo ha ben evidenziato Alain De Benoist: "Poiché [l'ideologia dominante] non ha più i mezzi per confutare questi pensieri che danno noia, si cerca di delegittimarli non come falsi ma come cattivi" (1).
In questa prassi, la prima cosa da fare per modificare un comportamento "cattivo" è quindi modificare il termine che lo identifica.
      Mi perdonerete l'esempio un po' scontato, ma sempre efficace: il concetto espresso dal pensatore francese è perfettamente rappresentato nel  newspeak la "neolingua" parlata in 1984 di George Orwell. Il fine del newspeak è contemporaneamente cancellare i vecchi schemi mentali e rendere impossibile ogni diversa forma di pensiero, distorcendo, svuotando di significato e  riducendo progressivamente di numero i vocaboli disponibili.
     Ma, quasi incredibile, per certi versi siamo forse già un passo oltre Orwell: la realtà quotidiana, infatti, sta dimostrando che non occorre la dittatura politica per imporre la neolingua: è sufficiente la nostra democrazia. Dallo "sbuono" (ungood) orwelliano al "diversamente abile" per arrivare alla "nuova normalità" e al "distanziamento sociale" di Conte il passo è breve.

     Ora, dunque, se si accetta che "i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo" (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 1918) ne consegue che quando il linguaggio è corrotto anche il pensiero è contaminato. Ingaggiamo dunque battaglia sullo stesso terreno e cominciamo ad eliminare dal nostro uso quotidiano il politicamente corretto, vero grimaldello con cui vengono scardinati i principi sui quali si costruisce criticamente il pensiero e lo scambio nella comunicazione. 
     Esso infatti "è qualcosa di rigido, dottrinario, censorio, letale per la mente, per la fantasia per la lingua e per la capacità di visione. E' contrario alla sottigliezza, alla complessità, alle sfumature, alla sovversione, persino all'indagine" (2)
     Pietra miliare sulla questione è lo straordinario libro di Robert Hughes La cultura del piagnisteo (3) pubblicato in Italia nel 1993. Non per nulla, l'autore parte da questo argomento per arrivare ad alcune considerazioni sul declino dell'impero americano (ancora esilarante e giustamente spesso ricordata la sua definizione del capitano Achab, "il portatore di un atteggiamento scorretto nei confronti delle balene").
     A vent'anni di distanza, in un agile e intelligente pamphlet dal titolo Come sopravvivere al politicamente corretto. Prontuario (semiserio) delle follie iper-correttiste, Luigi Mascheroni ci mette in guardia contro i pericoli di questa non-comunicazione e stila finalmente un Manifesto del Politicamente Scorretto. (4) 


"Occorrerebbe, per svegliare con un elettroschock anticonformista le coscienze intorpidite dalla nuova religione dell'ipermoralismo e del buonismo ecumenico, un Manifesto del Politicamente Scorretto che sappia guardare in faccia la realtà, accettare i conflitti e riscoprire il valore della diversità e provare così a uscire dalla paralizzante palude dell'uniformità perbenista. Come questo, ad esempio:
  1. Fare attenzione quando si parla con un singolo individuo o con un gruppo di persone a usare un linguaggio che marchi con precisione l'appartenenza geografica, etnica, sessuale, religiosa del nostro interlocutore o dell'oggetto del discorso: niente più dell'identità di sangue, di tradizione, di credo, di cultura o di orientamento sessuale costituisce l'essenza dell'individuo, conferendogli una sua propria personalità, non quella che noi ci arroghiamo il diritto di attribuirgli. Annullare le differenze e negare le scelte di una persona significa escluderla, sminuirla, svalutarla. 
  2. Distinguere accuratamente i diversi gruppi demografici rispettando tutte le differenze di razza, di genere e di religione, evitando – per esempio – di usare un generico e offensivo "tutte le persone" quando ci si riferisce esattamente agli italiani o ai cinesi, ai buddisti o ai transessuali oppure etichettare sotto l'anonima espressione "esseri umani" sia gli uomini, quando parliamo di maschi, sia le donne, quando parliamo di femmine. Una descrizione accurata è l'essenza del concettualmente preciso, la generalizzazione lo è del politicamente corretto.
  3. Evitare tutte le volte che è possibile, nei titoli e nelle cariche, la versione neutra, come "presidente" o "sindaco", ricordando che in italiano sarà magari politicamente scorretto ma grammaticalmente è esatto usare il maschile anche quando ci si riferisce a posizioni ricopribili tanto da uomini che da donne: in questo senso si raccomanda un'attenzione particolare nel rivolgersi per esempio al Presidente della Camera in carica, Laura Boldrini, con un deciso "il" Signor Presidente invece di un formalistico e puntiglioso "la" Presidente o un generico e anodino "Presidente". Negli altri casi la declinazione femminile va usata tutte le volte che è applicabile: per esempio meglio usare il termine "poliziotta" invece che un neutro "agente di polizia" o "bidella" invece che un equivoco, peraltro negativo, e quindi offensivo, "non docente". L'importante comunque è evitare lo sgradevole suono nella lingua parlata e scritta di termini come "sindaca", "prefetta", "questrice", "avvocata", "architetta", "la vigile", "la rettrice" ...
  4. Evitare espressioni generiche e denigratorie come "persona con disabilità" oppure "persona con la sindrome di Down", preferendo termini scientificamente più precisi rispetto alle deficienze mentali o fisiche della persona a cui ci si rivolge, come "paraplegico", "maniaco-depressivo", "autistico", "schizofrenico", "apatico", "tossicomane", "etilista", "psicotico"...
  5. Preferire termini che specificano un determinato gruppo etnico o razziale rispetto a espressioni imprecise e vaghe come "migrante" o "extracomunitario". Definire coloro che sbarcano in Italia provenienti dalla sponda meridionale del Mediterraneo con un generico e omologante "straniero" può risultare profondamente irrispettoso per chi rivendica il proprio essere "egiziano" o "libico" o "marocchino". Al più, se non si è certi della nazionalità della persona, meglio un più qualificato "africano".
  6. Incoraggiare l'uso di termini religiosi peculiari e distintivi soprattutto quando si parla di un gruppo che potrebbe comprendere persone di fedi differenti, anche per incoraggiare il dialogo interreligioso. Dire "Dio vi benedica ..." a un evento pubblico in cui sono presenti anche musulmani può essere un utile confronto teologico sui destini ultimi dell'uomo anche per chi crede in Allah, così come affermare che "gli ebrei sono riconoscibili dalla kippah" può aprire a inedite posizioni di reciproco rispetto da parte di chi, come i palestinesi, rivendica il valore identitario di un capo di abbigliamento speculare, come la kefiah. Per gli atei il problema non si pone perché concedono a qualsiasi credo religioso il medesimo divertito compatimento, atteggiamento che peraltro, per identico riguardo, si consiglia di usare nei loro confronti.
  7. Non preoccuparsi eccessivamente delle inferenze che le persone possono leggere nelle nostre parole, così da evitare di dare la spiacevole impressione di preoccuparsi di loro eventuali tendenze o particolari inclinazioni. Per esempio, se stiamo chiedendo a una ragazza se è sentimentalmente impegnata, usare l'espressione "Ti vedi con qualcuno?" invece di un più comune "Hai un ragazzo?", smaschererebbe il nostro dubbio sul fatto che la persona cui ci rivolgiamo abbia un'inclinazione eterosessuale, peraltro statisticamente più probabile: il fastidioso retropensiero della ragazza infatti sarà: "Pensi forse che io sia lesbica?". Il che sarebbe molto imbarazzante.
  8. Ricordarsi che tra un termine politicamente corretto e uno ritenuto discriminatorio, è molto probabile che il meno offensivo, perché più vero, sia il secondo.
  9. Considerare l'ipotesi che oggi il politicamente corretto non indichi la legittima e condivisibile volontà di non ferire le altre persone, ma smascheri piuttosto la paura che qualcuno ci possa accusare di dire qualcosa di scorretto. Tra l'ipocrisia e la sensibilità, vince sempre la prima.
  10. Ricordarsi che la preoccupazione di ripulire il proprio linguaggio è soltanto la fase che precede l'afasia."
     Al di là della provocazione, il Manifesto, a ben guardare, altro non è che l'invito all'utilizzo delle parole in aderenza ai contenuti; ma quello che ai nostri occhi appare come l'ovvio corollario del catoniano "Rem tene, verba sequentur" (possiedi il contenuto, le parole seguiranno), oggi ha un che di sovversivo: ” Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario” (Geroge Orwell, La fattoria degli animali, 1945).
     La frase di Orwell è il fulminante riassunto di ciò che aveva superbamente espresso Gilbert Keith Chesterton quarant'anni prima a conclusione del volume Eretici (1905) nel denunciare i paradossi del relativismo culturale e la difficoltà a far conoscere la verità nelle società moderne:
"La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. [ ...]  Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate". (5)
      E' ora dunque di tornare a impadronirci del nostro linguaggio e del nostro pensiero contro i solerti censori al servizio della non-lingua e dell'omologazione; e mettiamo pure in conto che non sarà facile né incruento ma, come diceva il nostro Giovannino Guareschi che non ebbe paura a usare le parole giuste: 
     "Ho imparato, in quella dura scuola, quanto sia bello, come sia virile, come sia civile dire pubblicamente ciò che si pensa, specialmente quando ciò comporti un grave rischio". (6)


(1) Alain DE BENOIST in "Diorama letterario", 327, settenmbre -ottobre 2015.

(2) Philip GOUREVITCH, Maledetto politically correct, in "Il Sole 24 Ore", 21 giugno 2012.

(3) Luigi MASCHERONI
Come sopravvivere al politicamente corretto. Prontuario (semiserio) delle follie iper-correttiste.
Milano, Il Giornale, 2016.

(4) Robert Hughes La cultura del piagnisteo, Milano, Adelphi, 1993.

(5) Questo il passaggio completo:

"Le verità si trasformano in dogmi nel momento in cui vengono messe in discussione. Pertanto, ogni uomo che esprime un dubbio definisce una religione. E lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, ma anzi le crea, conferendo loro dei limiti e una forma chiara e provocatoria. Un tempo, noi liberali consideravamo il liberalismo semplicemente una verità ovvia. Oggi che è stato messo in discussione, lo consideriamo una vera e propria fede. Un tempo noi che credevamo nel patriottismo, pensavamo che il patriottismo fosse ragionevole e nulla più. Oggi sappiamo che è irragionevole e sappiamo che è giusto. Noi cristiani non avevamo mai conosciuto il grande buonsenso filosofico insito in quel mistero, finché gli scrittori anticristiani non ce l’hanno mostrato.
La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto".

(6) Giovannino GUARESCHI: Chi sogna nuovi gerani?Autobiografia, a cura di Carlotta e Alberto Guareschi; Milano, Rizzoli, 1993.



domenica 5 febbraio 2017


L'ATTENTATO AL LOUVRE E LA GUERRA CONTRO L'ARTE



   Nel 1944, a guerra ancora in corso, venne pubblicato a Milano dalla casa editrice Domus un interessante volume dal titolo La guerra contro l'arte, di autore anonimo. In questo volume si deprecava l'incurante devastazione portata al nostro patrimonio artistico e culturale dagli Alleati, da chi, cioè, "ha voluto colpirci nel più intimo dei nostri beni, cioè nel retaggio più prezioso del nostro grande passato e della stessa nostra coscienza nazionale".

   Un approccio simile era già stato utilizzato nel celebre volume del Ministero della Cultura Popolare  Che cosa hanno fatto gli Inglesi in Cirenaica (1941) dove compaiono le fotografie dei musei di arte classica devastati da atti di puro vandalismo. 
   La legislazione che tutela i beni artistici in caso di conflitto è a tutt'oggi risultata ben poco efficace: le Regole dell'Aja del 1899 e i successivi interventi, alla fine lasciavano comunque al responsabile dell'eventuale attacco il compito di autoregolarsi nel tutelare, oltre che il proprio patrimonio, anche quello del nemico. 
  
   E tuttavia il problema era sentito ben prima del 1899. 
   Nel suo Storia di Roma (1,29) lo storico romano Livio ricorda la distruzione della città di Alba Longa da parte dei Romani. Livio, che pure vede nelle vicende della Roma arcaica una storia esemplare, non può però astenersi da un lapidario commento:
   "Usciti gli Albani dalla città, l'esercito romano rade al suolo ovunque tutte le case pubbliche e private, in una sola ora diede alla distruzione e alla rovina l'opera di quattrocento anni". 
    Con lo stesso spirito Tacito conclude il racconto del devastante incendio di Roma del 64 d.C.: 
   "Calcolare il numero delle case, degli isolati e dei templi andati distrutti non è facile: fra i templi di più antico culto bruciarono [...] il delubro di Vesta coi penati del popolo romano; e poi le ricchezze accumulate con tante vittorie, e capolavori dell'arte greca e i testi antichi e originali dei grandi nomi della letteratura, sicché, anche nella straordinaria bellezza della città che risorgeva, i vecchi ricordavano molti capolavori ora non più sostituibili. " (Annali XV, 41). 
   Quindi, l'arte e la storia, anche quelle altrui, viste come tesori insostituibili.


Belisario in un mosaico ravennate
    Ma se l'incendio di Roma fu un'immane disgrazia, Procopio nella Guerra Gotica (III, 22) stigmatizza la distruzione volontaria del patrimonio dell'umanità citando la lettera che nel 544 il generale Belisario inviò al re dei Goti Totila che ormai aveva in mano Roma: 
   "Creare bellezze inesistenti in una città potrebbe essere opera d'uomini geniali ed esperti del viver civile; così, cancellare quelle esistenti è proprio degli stolti, che non si vergognano di lasciare ai tempi  a venire un tale segno della loro natura. Roma è, per riconoscimento comune, la più grande e la più cospicua di tutte quante le città che si trovano sotto il sole. 
   Non è stata fatta dal genio di un uomo solo né è giunta a tanta grandezza e bellezza in forza d'un tempo esiguo: una quantità di imperatori, schiere e schiere d'uomini di valore, lunghezza di tempi e strabocchevole copia di ricchezze sono riuscite a concentrare qui, oltre a tutto il resto, anche grandi artisti da tutto il mondo. 
    Così, a poco a poco, costruirono la città quale tu la vedi lasciando agli avvenire tali memorie della genialità di tutti, che un oltraggio recato ad esse sarebbe giustamente da considerare un delitto contro l'umanità d'ogni tempo perché toglierebbe agli uomini del passato la memoria del loro ingegno e a quelli del futuro la vista di tali opere. 
   Stando così le cose, renditi bene conto di questo: delle due l'una: o tu sarai sconfitto dall'imperatore in questa guerra, o vincerai, se così vuole la sorte. 
   Ora, supponiamo che tu vinca: se avrai raso al suolo Roma, non avrai distrutto la città di un altro, bensì la tua, valentuomo; se la conservi t'arricchirai, è naturale, del più splendido dei possessi. Supponiamo ora che ti tocchi la sorte peggiore: se avrai salvato Roma, il vincitore te ne sarà molto grato; se l'avrai distrutta, non ci sarà luogo, per te, ad alcuna umanità, e per giunta non avrai certo alcun vantaggio da tale azione. 
    Ti circonderà una fama adeguata al tuo agire, da parte di tutti gli uomini: essa è lì pronta per te, quale che sia la decisione che tu prenda...". 

   Totila, il barbaro di ieri, salvò Roma. Oggi invece il problema della guerra contro l'arte ci si ripresenta drammaticamente mentre i mezzi di informazione ci bombardano con le immagini della devastazione di Palmira da parte dell'Isis.
   "I gruppi armati tendono, infatti, a costruire e preservare la propria identità etnica, religiosa e ideologica. Si assicurano pertanto di attaccare monumenti e luoghi di venerazione che meglio definiscono l’identità delle loro “vittime” .... Nell’atto vandalico contro le opere artistiche è percepibile l’atto intenzionale di annullare riferimenti culturali e storici di altre comunità .... L’obiettivo della distruzione è la persistenza della cultura collettiva sociale o comunitaria e la demolizione di sistemi di pensiero alternativi a quello che aspira a diventare l’unico dominante ... La guerra psico-sociale che i “vandali d’arte” intraprendono attraverso la distruzione di questi punti di riferimento esistenziali pone in evidenza la non-passività di tali oggetti inanimati all’interno di un codice sociale e culturale. Tali oggetti agiscono negli immaginari umani, cambiano gli eventi, interagiscono con i propri fautori in modo mutevole attraverso un percorso storico. Il valore intrinseco che gli oggetti prodotti dall’umanità possiedono è espresso dalla moralità che le diverse comunità attribuiscono loro. Difatti, gli artefatti esprimono la Weltanschaung dei loro promotori, decodificabile da essi stessi e da chi vuole intendere la loro interpretazione e abbracciare la medesima moralità, anche per un attimo soltanto." (Estella Carpi)
    E' esattamente questo che rappresenta l'indimenticabile personaggio del macchinista francese Papa Boule, ubriacone e ignorante, pronto però a sacrificare la sua vita per salvare le opere d'arte,"le glorie della Francia", trafugate da Parigi ad opera dei nazisti nel bellissimo film Il treno (The train, 1964) di John Frankenheimer, dal romanzo di Rose Valland Le front de l'art



Il treno: il colonnello Von Waldheim (Paul Scofield)
 ammira i "suoi"quadri nel museo che sta depredando.
   Noi (cioè noi moderni, noi Italiani) cresciuti all'ombra dei resti della stessa città vissuta da Tacito, all'ombra delle cattedrali romaniche, della Cappella Sistina, delle cupole del Correggio, delle statue di Canova noi, dunque, cresciuti nel bello e nella storia ed educati dalla nostra scuola al bello e alla storia, abbiamo ancora la forza, come Tacito o Procopio, di scandalizzarci per l'uccisione di un vecchio professore che alla custodia del bello e della storia aveva dedicato la vita; abbiamo la capacità di considerare una perdita insostituibile per tutta l'umanità la distruzione di Palmira, dei mausolei degli sceicchi, delle statue dei Budda.
   Ma intanto la nostra scuola, la "buona scuola", vanifica completamente l'insegnamento della storia e falcidia quello dell'arte (sono gli anni, guarda caso, in cui cominciano a crollare Pompei, la Domus Aurea, il Colosseo). 
    I nostri figli saranno ancora capaci di scandalizzarsi? Non so se la bellezza salverà il mondo; non posso immaginare tutto quello che passa nelle menti intossicate e sconvolte dei criminali dell'ISIS, ma di una cosa credo di poter essere certa; non sanno che cosa sono né il bello né la storia. Proprio come i nostri figli fra poco.
    
    Non è dunque un caso che l'ultimo attacco dell'estremismo musulmano sia avvenuto al Louvre.
    
   
"Prima" e "dopo" il trattamento ai Musei Capitolini
Ed ecco che il giorno dopo l'indecente episodio della visita del presidente iraniano ai Musei Capitolini, il 26 gennaio 2016, l'ex direttore della "Gazzetta di Parma", Filiberto Molossi, commentava il fatto della copertura delle statue come frutto del male del secolo, il "politicamente corretto". E tuttavia ironizzava citando le guerre persiane: "E si sa almeno dai tempi di re Serse che gli iraniani non vanno presi sottogamba". 

    Mi permisi allora di scrivere una lettera al direttore che, salvo errore, a quel che mi risulta non fu mai pubblicata, in cui commentavo:
"Opportunamente Lei cita Serse come esempio dei rapporti non cordiali intercorsi fin dall'antichità fra Oriente e Occidente. E' Erodoto che per primo tratta il problema considerando le Guerre Persiane come guerre senza precedenti, segno dell'inconciliabilità tra i due mondi.  Nell'articolo Lei omette però di ricordare che sia Serse sia il padre Dario furono fermati nei loro progetti di conquista, sconfitti sul campo dai Greci, armi in pugno, rispettivamente alle Termopili e a Salamina nel 480 a. C. e a Maratona nel 490 a. C. Episodi, questi, rimasti tra i miti fondanti del comune immaginario dell'Occidente, archetipi della vittoria della libertà e della democrazia sul dispotismo e la schiavitù.     
   Da qui l'orgoglio di Pericle, che rivendica il ruolo di Atene, nel bellissimo discorso che Tucidide ne La Guerra del Peloponneso gli fa pronunciare in memoria dei caduti del primo anno di scontri (431 a.C.).
   L'encomio, al di là del pur presente intento propagandistico, riassume molti fra i principi cardine della democrazia occidentale moderna.
   Davanti all'ignobile atto di abiura (e non uso questa parola in senso figurato) compiuto dai nostri politici nei confronti di quei principii e della nostra cultura, vorrei ricordare l'indimenticabile passo di questo discorso che suona così: 
   Φιλοκαλοῦυμεν.... και φιλοσοφοῦμεν... , e cioè, Amiamo il bello.... e il sapere... che, come i nostri duemila e cinquecento anni di storia ci insegnano, non devono andare disgiunti".


Atene



RIFERIMENTI:

Che cosa hanno fatto gli Inglesi in Cirenaica, Roma , Ministero della Cultura Popolare, 1941
Guerra contro l'arte (La), Milano : Domus, 1944
Procopio di Cesarea: Guerra Gotica, III - 22
Tito Livio:  Storia di Roma (Ab Urbe condita libri), I - 29
Tacito, Lucio Cornelio: Annali (Annales), XV - 41
Tucidide: La Guerra del Peloponneso, II 36 - 41

e inoltre:

www.reset.it/reset-doc/iconoclasti-di-oggi-da-saddam-a-isis
www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=210


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venerdì 14 ottobre 2016

L'IDEOLOGIA TRIPARTITA DEGLI INDOEUROPEI di Georges Dumezil: un classico di ieri per la comprensione dell'Europa di oggi.

     Quando nel 1958 Georges Dumezil pubblicò il suo volume L'ideologie tripartie des Indo-Européens (coll. Latomus - Bruxelles) ci si trovò di fronte al compimento di un lungo percorso e contemporaneamente al punto di avvio di tutte le successive disamine. A tutt'oggi L'ideologia tripartita degli Indoeuropei è un classico dell'antropologia e una pietra miliare negli studi di indoeuropeistica.
     In questa opera Dumezil teorizza (e dimostra)  l'esistenza presso le diverse popolazioni
indoeuropee di tre classi con diverse funzioni sociali e cosmiche:
i sacerdoti, che "studiano e insegnano la scienza sacra e celebrano i sacrifici";
i guerrieri, "che proteggono il popolo con la loro forza e con le loro armi";
gli agricoltori - allevatori cui sono affidati "l'allevamento e l'aratura, il commercio e, più in generale, la produzione di beni materiali.
     Si costituisce così una società completa e armonica, presieduta da un personaggio a parte, il re...generalmente nato e qualitativamente estratto dal secondo livello". 
Questo schema è rintracciabile presso le società indiane come presso gli Sciti, le società iraniche, i Celti e i Romani. 

   Con l'occasione mi fa piacere ricordare che un giovane studioso di Parma, Giacomo Scalfari, ha recentemente pubblicato per i tipi di Keltia un interessante saggio dal titolo Terra, guerra, magia che individua nella tradizione occidentale la presenza costante del trifunzionalismo descritto da Dumezil, in particolare presso le popolazioni celtiche e, da lì, nel Medioevo europeo. 
     Il libro si apre con alcune considerazioni sulla tradizione indoeuropea arcaica, ne individua l'eredità presso i Celti e si chiude con alcune riflessioni sugli echi indoeuropei nel ciclo bretone. 
     Ma a che cosa si deve la perdurante vitalità di un modello così antico? Innanzitutto al periodico riproporsi di particolari condizioni sociali che continuavano a renderlo attuale ed efficace. 
     Non bisogna poi dimenticare che religione, mitologia e soprattutto epopea e racconti leggendari, hanno conservato nei secoli l'originale nucleo arcaico trifunzionale. 
     Il volume di Scalfari non manca di rilevare anche una componente per così dire opportunistica, sfruttata nel Medioevo europeo dalle classi dominanti al fine di giustificare il mantenimento del proprio potere. 

     Queste considerazioni ci hanno portati a porci una domanda: in questo periodo di profondi e continui cambiamenti, l'antico modello che fin qui ci ha accompagnati ha ancora un qualche valore o un qualche tipo di funzionalità?
     Abbiamo trovato una risposta interessante in un articolo di Javier Esparza che, a dir la verità, data già a un paio di decenni fa:
     "Se vogliamo ripensare il mondo "in europeo," dobbiamo partire da ciò che costituisce l'eredità intellettuale specificamente europea: la comprensione tripartita della società. 
     Ritornare all'origine, interrogare i fondamenti della nostra cultura, la nostra più primitiva coscienza storica e spirituale, ecco che cos'è indispensabile se vogliamo trovare una soluzione europea per i secoli a venire. ben al di là delle semplici relazioni commerciali inter-europee (terza funzione) o dei problemi della difesa comune (seconda funzione), l'Europa deve far fronte all'imperiosa esigenza di ritrovare la sua piena sovranità (prima funzione). Questo progetto non può alimentarsi che a una sola fonte: la ri-dinamizzazione del nostro passato e della nostra storia. 
     Dobbiamo avere la memoria lunga: la storia appartiene a chi la merita" ("Punto y Coma", n. 5).